Il nuovo arrivato
di Warlandia.it
Archiviato nella categoria: Fantasy
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Prosegue la storia scritta su www.warlandia.it dal nostro amico THE KING…
Alla ricerca del libro perduto
Ritornarono i due Troll. Stavolta portavano un altro prigioniero. Era molto esile, ma portava visibili segni di un’imponente muscolatura, distrutta dalla fame. Il colorito era verde, il che faceva presagire ad un Orco. Ma non aveva niente a che vedere con quei pochi Figli dell’Orda che aveva visto Beiel. Il suo volto era segnato da una profonda tristezza, che andava al di là di qualsiasi tormento personale. La sua era una disperazione di chi sa che non è nelle sue possibilità risolvere ciò che lo annienta. Indossava un unico straccio marrone all’altezza del basso ventre che non ne impediva i movimenti, che dovevano essere stati molto agili. Erano visibili lunghe cicatrici ancora rosse, simboli di una recente tortura.
I due secondini lo gettarono nella cella alla sinistra di quella di Biel. Il neo arrivato si accasciò al suolo con un gemito. Cercò di alzarsri, ma tossì sputando sangue, e ricadde.
Con un grosso ghigno stampato sulle spigolose facce, le guardie si allontanarono soddisfatte.
Beiel corse alle sbarre; anche Boindur si avvicinò quanto potè.
Con una forza d’animo mai vista prima dalla ragazza , l’orco ripetè quell’azione altre mille volte, ricadendo e senza mai stancarsi, messo in ridicolo di fronte a quei due osservatori secondo gli ideali orcheschi. Ma da tempo li aveva ormai abbandonati. Non se ne curava del pensiero degli altri. La sua era una lotta interna.
Alla fine riuscì a mettersi carponi e a strisciare fino al suo nuovo e scomodo giaciglio. Li si stese e si addormentò senza rivolgere una parola ai vicini.
Sandresh continuava la sua terribile agonia. Aveva avuto modo di pensare a Meriel. In quelle poche notti insonni che aveva trascorso non aveva fatto altro che rimuginare su quelle maledette parole. Non poteva davvero credere che Meriel, la sua Meriel, lo avesse tradito. E non riusciva neanche a capire perchè rimanesse ancora in vita. Pensò che il suo subconscio magico non volesse abbandonare quel mondo senza averlo veramente aiutato. Ma non gli importava. La delusione per l’annientamento della più grande emozione che avesse mai provato era più forte. Era pieno, traboccante, ma sapeva che sarebbe rimasto così per l’eternità.
In tutto quel tempo non aveva versato una lacrima, non si era sfogato. Era rimasto muto, immobile con lo sguardo perso per giorni nel vuoto. Si sentiva pugnalato nel lato più sensibile del suo essere, in un lato appena sbocciato. Pensò e ripensò strenuamente a quanto era stato stupido a cedere all’incantevole bellezza di quella ragazza, che gli appariva così perfetta e peccatrice al tempo stesso. Era l’oggetto dei suoi desideri, l’oggetto delle vibrazioni del suo cuore. Ma quel maledetto oggetto si era volontariamente strappato via con tutta la forza che aveva.
Non aveva più senso vivere. Quante volte, da ragazzo, aveva consolato suoi amici dicendogli di andare avanti? Quante volte aveva fatto appoggiare una testa lacrimante alla sua forte spalla già bagnata da precedenti pianti? Ma per lui era diverso. Meriel era diversa. La situazione era diversa. Tutto era maledettamente diverso.
Non aveva la forza di mettere fine alla sua vita, non certo finchè non avesse scoperto il perchè di quel tradimento.
La sua lunga, interminabile, meditazione non veniva mai interrotta, anche quando i carcerieri gli portavano il cibo.
Ma al terzo giorno di catalessi, un soldato gli venne a portare il solito rancio. Lo posò al suo fianco.
Era una ragazza. Si chiamava Zyridian. Aveva origini elfiche, ma i suoi tratti erano umani. Era entrata nell’esercito perchè spinta dal nobile padre, grande alleato di Brandalor. Egli voleva un maschio, ma deluso nelle sue aspettative, costrinse sua figlia a comportarsi da tale. A l’età di soli sedici anni, fu rinchiusa in una caserma, dalla quale uscì solo dopo due anni, quando aveva ormai raggiunto la maggiore età.
Zydrian pensava che così avrebbe finalmente scelto autonomamente cosa fare, ma si sbagliava. Tornata a casa, il padre non l’accettò e quest’ultima, non avendo il coraggio di abbandonare il suo antico tenore di vita, ritornò ad incasarsi in una squallida caserma.
Qui aveva avuto qualsiasi tipo di richiesta, come ci si poteva aspettare da degli stupidi soldati che non vedevano ragazze da anni e anni, ormai, se non alcune meritrici in quei due-tre giorni l’anno di permesso.
La ragazza, quindi, si costrinse a diventare forte, a nascondersi dietro un muro di durezza ed insensibilità, che non l’aveva accompagnata nella sua frivola giovinezza.
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