Cuntava u pappù di Benito Galilea

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benito galilea cuntava u pappùHo la convinzione che questa pubblicazione sia per tanti una sorpresa. Soprattutto per i miei lettori abituali che si sarebbero magari aspettato l’uscita della mia sedicesima raccolta di poesie piuttosto che una inusitata quanto interminabile collana di detti, aforismi, orazioni, indovinelli ecc. in dialetto calabrese. Una raccolta che per l’imponente numero di espressioni puntualmente registrate (se ne contano più di duemilacento) nonché per l’ambizione del programma che prevedeva una traduzione in italiano per ogni singola voce nonché un traduzione quasi globale anche in lingua inglese, crediamo non abbia riscontri in Italia.

E se pochi potranno avere dubbi sull’unicità assoluta di una raccolta del genere, qualcuno potrebbe chiedersi del perché delle sua triplice veste ossia dialetto calabrese, italiano e addirittura inglese.

Eravamo, ed oggi ancor di più siamo, fermamente convinti che una pubblicazione così concepita potesse raggiungere anche le seconde o terze o quarte generazioni di calabresi ( e non solo) in Italia e nel mondo, con la straordinaria prospettiva di poter offrire loro gli insegnamenti, la saggezza ed il ritmo della parlata di avi mai conosciuti.

Uno dei pochi inconvenienti, semmai, nasceva dalla constatazione che il linguaggio fosse cambiato e che il dialetto avesse subito le deturpazioni del tempo. Pochi, oggi, fra le nuove generazioni, parlano il dialetto in modo decente o addirittura non lo parlano affatto. Con la triste conseguenza che se non si presterà attenzione a questo fenomeno, fra meno di un secolo il dialetto sarà trattato alla stregua di una lingua straniera.

Unica consolazione è che, se è vero che sono cambiate le generazioni, è fortunatamente vero che sono pure mutate le condizioni di vita d’ognuno, pur restando vivi pregiudizi emergenze criminali e segni atavici di una volta.

Al di là di qualsiasi considerazione, per rimanere in tema, ognuno di noi deve acquisire consapevolezza del fatto che fino a non più di cinquant’anni fa proverbi ed aforismi rappresentavano ed esprimevano la saggezza e le esperienze delle masse meridionali, che se ne servivano anche per superare divisioni di classe, per valicare le analfabetizzazioni e per amalgamare diversi strati sociali. Chi raccoglieva olive per i padroni o chi vendemmiava lavorando dall’alba alla sera, aveva quasi una necessità fisiologica di esprimersi nella massima concisività possibile, quindi in detti o aforismi. Quasi fosse un bisogno o una necessità fisiologica il non dovere sprecare inutilmente parole e sudore.

Ecco perché alle innovazioni tecnologiche ed elettroniche dei tempi moderni, noi abbiamo parallelamente ritenuto opportuno portare alla luce ciò che dei nostri avi è sopravvissuto alle barbarie del consumismo. Un atto dovuto ma soprattutto un atto d’amore verso i nostri vecchi e la nostra storia. Abbiamo creduto e crediamo che quello che i nostri pappù hanno da padre in figlio imparato e poi insegnato, andava riscoperto, preservato e gelosamente ritrasmesso alle nuove generazioni, possibilmente nella stessa forma e con la stessa cadenza ritmica in cui era stato concepito. Non solo per riconoscere virtù e saggezze, bensì anche per diffondere costumi vizi e passioni accumulati da generazione in generazione, talvolta addirittura attraverso la denudazione di comportamenti caricaturali.

Basati sulla semplice quanto minuziosa osservazione dei fatti di ogni giorno, queste autentiche pillole di saggezza popolare sono sopravvissuti a tutte le guerre, alla scoperta della stampa, al sapere sociologico e pure alla scomparsa di intere generazioni.

Insomma, quello che i nostri pappù hanno da padre in figlio imparato detto e ripetuto , noi lo abbiamo fatto nostro e lo abbiamo ritrasmesso con quello che abbiamo sentito dentro, per quel forte bisogno di riappropriazione del nostro passato e delle nostre radici.

 

Non è stata una operazione né facile e né semplice. E se vi sono riuscito lo devo ai tanti che mi hanno convinto anzi braccato da Roma a Martone , passando per Torino, Buenos Aires, Yonkers ecc, attraverso un incondizionato supporto popolare. Uomini e donne, vecchi e giovani, mi hanno raggiunto da ogni angolo di mondo con scritti e telefonate, con emails e cassette. Gente comune, gente d’ogni giorno, gente sparsa a Brooklyn e nel Maryland, a Sydney e Toronto, in Francia e in Svizzera, in Brasile, in Argentina, o più vicino a Milano, a Bolzano e Parigi, a Napoli ecc.

Mai nessuno che si sia tirato indietro, mai nessuno che non abbia condiviso interamente l’idea, anzi coinvolgendo nel progetto altra gente, altre anime migratorie.

Iniziata tra i tavoli del bar di una piazza di Martone, la raccolta ha oggi nome e cognome.

Citare tutti quelli che hanno contribuito è impossibile. Ma come non ricordare i proprietari del bar Giuseppe Calvi di Martone ossia Giorgio Lombardo e Marisa Calvi che tra un cappuccino e l’altro hanno pazientemente fatto da tramite per la raccolta di decine e decine di dati. Io stesso sono stato testimone della trafila di gente che testardamente sgomitava per avvicinarsi al bancone per consegnare memos e pizzini, e soprattutto per dettare testimonianze orali.

 

“ Chistu locu i chjacchjeri e ciciulijati, divinni quasi na menza sacristìa” – dissi u poeta.

 

“Il bar, tra chiacchiere e sussurri, è diventato una mezza sacrestia.” disse il poeta

“This place of talks and words in a low voice, became half a sacristy” said the poet.

E, cosa straordinaria per un piccolo paese, non vi sono state gelosie o divisioni di classi, non vi sono state, per usare dei termini venatori, differenze di vedute tra stanziali e migratori. Anzi agli abituali clienti del bar, presto si sono aggiunti la prolifica Bettinuzza e Totò Imperitura che mi ha dato una cinquantina di detti sottraendoli al suo archivio privato. E poi gli amici dei paesi vicini, in particolar modo quelli di Marina di Gioiosa Jonica (da Michele Circosta a Gianni Custureri a Nico Lanzetta ecc.). E poi i torinesi ( in primis Giorgio Giacco, Giorgio Lombardo, Mimì Frascà e Giorgio Chierini figlio del celebre Rripiccicatu ossia Emilio Chierini, autentica memoria storica di fatti martonesi. Ed ai milanesi vennero in aiuto i trentini, agli inglesi gli australiani con in testa Rocco Vinci, agli argentini gli americani con zia Mafalda che mi ha inviato due cassette zeppe di cose nostrane anni quaranta, alcune risalenti a fine Milleottocento. Una straordinaria partecipazione popolare che merita il mio ringraziamento incondizionato e che si estende a tutti, a noti e meno noti, ad esuberanti e riservati, a timidi e impacciati.

Un lodevole lavoro di massa che sarà certamente utile alle generazioni che verranno.

 

Benito Galilea




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