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	<title>Quarara - Quanto è Intelligente l&#039;Informazione in Rete? &#187; racconti</title>
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	<description>Quanto è Intelligente Internet? Fino ad oggi solo Parole prive di significato, da domani anche Concetti. Quarara</description>
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		<title>Il cofanetto rosso parte 2</title>
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		<pubDate>Tue, 31 May 2011 06:04:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Warlandia.it</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Enrico Di Giacomo …continua… Nella mente di Leonardo cominciò a farsi strada l’idea delle messe nere. Ogni tanto se ne parlava tra colleghi all’intervallo del pranzo e la polizia aveva già fermato qualche drogatello con un galletto decapitato in mano. Una volta avevano notato un viavai di autisti dell’ATAC nel riquadro dei caduti dell’ultima guerra, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>Enrico Di Giacomo</h1>
<p>…continua…</p>
<p><a href="http://www.quarara.com/blog/wp-content/uploads/2011/05/il-confanetto-rosso1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-12348" title="il-confanetto-rosso" src="http://www.quarara.com/blog/wp-content/uploads/2011/05/il-confanetto-rosso1.jpg" alt="il cofanetto rosso di enrico di giacomo" width="610" height="320" /></a>Nella mente di Leonardo cominciò a farsi strada l’idea delle messe nere. Ogni tanto se ne parlava tra colleghi all’intervallo del pranzo e la polizia aveva già fermato qualche drogatello con un galletto decapitato in mano. Una volta avevano notato un viavai di autisti dell’ATAC nel riquadro dei caduti dell’ultima guerra, poi si era scoperto che una prostituta slava riceveva i clienti in una tomba di famiglia abbandonata vicino all’ingresso di piazzale tiburtino.</p>
<p>Questa volta, però, la cosa appariva diversa, perché le persone coinvolte sembravano dottori, professionisti: insomma gente danarosa. Forse questa volta era una cosa seria. A Leonardo i satanisti facevano schifo.</p>
<p>Il mercoledì successivo si nascose in fondo al vialetto di servizio. Alle 15:30 i loschi figuri cominciarono ad arrivare. Ne contò una decina, tra uomini e donne. Si conoscevano tutti. Un uomo vestito di grigio aprì la porta della cripta ed entrò per primo. Gli altri lo seguirono subito. Leonardo attese qualche minuto, poi corse verso l’ingresso socchiuso, lo aprì con delicatezza ed entrò. All’interno c’era un leggero chiarore, che lasciava intravedere una scalinata che scendeva in basso. L’odore di muffa era fortissimo. Per esperienza Leonardo sapeva che quel tipo di tomba era costruito su un sotterraneo profondo una decina di metri, a cui si accedeva attraverso una scalinata scavata nel tufo. Le scale portavano a una cripta di varia forma e grandezza, dove venivano sepolte le salme. In superficie si ergeva il mausoleo, una sorta di monumento che doveva ricordare ai posteri il prestigio della famiglia e la sua posizione nella società.</p>
<p>Leonardo scese con circospezione. I gradini erano fradici di umidità ed era prudente aggrapparsi alle scaglie di tufo murate alle pareti della scalinata. A un certo punto si fermò: dalla cripta proveniva una sorta di litania. I necroforo si acquattò per non farsi vedere, poi si affacciò. La cripta aveva una forma mai vista: non c’erano loculi sulle pareti. Sembrava invece una cappella, perché aveva forma circolare. Le pareti erano scavate nel tufo ed erano rivestite di conchiglie e di rocce simili agli scogli. Al centro della sala si trovava una grande vasca ottagonale piena d’acqua. Forse era acqua piovana, che entrava nella cripta da un’ apertura posta al centro della volta. Doveva trattarsi di uno dei tombini posti nel mausoleo in superficie, dietro alla statua distesa. Al centro della vasca sorgeva un blocco rettangolare di pietra verde, sui cui era posta una statua stranissima. Rappresentava una creatura rattrappita, piegata sulle ginocchia. Aveva ali di pipistrello e il corpo ricoperto di scaglie. Il particolare più repellente, comunque, era la testa, simile a una piovra con lunghi tentacoli che scendevano fino alle zampe anteriori. La statua sembrava di giada ed era ricoperta di muschio.</p>
<p>Gli strani figuri avevano steso per terra tappeti e si erano inginocchiati davanti all’idolo. L’uomo col vestito grigio era in piedi e cantava in una lingua sconosciuta. L’aria puzzava di muffa e di olio bruciato, perché erano state accese delle lampade intorno alla vasca. A un certo punto l’uomo in grigio smise di cantare e disse: O Cthullu, che riposi negli abissi di Rilyeh, proteggi quanti hanno risposto al tuo richiamo, poi riprese la strana cantilena. Gli altri si alzarono e cominciarono ad agitare il busto e le braccia, come per mimare le onde del mare. Un senso di profonda inquietudine si impadronì di Leonardo. L’aria era irrespirabile per le esalazioni delle lampade e per le incrostazioni umide. Era come se dovesse accadere qualcosa di orribile. Leonardo fu colto dal panico e decise di togliersi di torno. Si girò lentamente e prese a risalire le scale. Aprì con circospezione la porta della cripta e corse via nel vialetto.</p>
<p>Quelle persone non sembravano satanisti oppure quella statua era una insolita rappresentazione del diavolo. Forse erano degli zozzoni che facevano le orge nelle tombe. Comunque sia la cosa non era regolare, perché la tomba era stata vincolata dalla Soprintendenza.<br />
La settimana successiva, due giorni prima del suo ultimo giorno di lavoro da uno dei telefoni pubblici della Stazione Tiburtina fece una telefonata anonima al posto di polizia del Verano, dicendo che c’erano strane persone che entravano e uscivano il mercoledì pomeriggio da una tomba antica al Belvedere. Era convinto in questo modo di aver fatto il suo dovere senza essere coinvolto in nessuna storia. Nei giorni seguenti comportò come se non fosse accaduto nulla e organizzò un piccolo rinfresco di addio per i colleghi. L’ultimo giorno di lavoro fu terribile, perché lo colse una malinconia struggente. Quanti ricordi aveva di quel luogo. I colleghi se ne accorsero e cercarono di distrarlo.<br />
Sapevano che al di fuori del Verano Leonardo non aveva nulla.</p>
<p>Il rinfresco comunque fu una pausa gradevole e Leonardo ricevette anche numerosi regali di commiato. Tra di essi un cofanetto di legno di colore rosso scuro, ben rifinito e sigillato. Non ebbe il tempo di aprirlo. Chiese chi glielo mandasse, ma nessuno seppe rispondergli. Pensò a qualche scherzo e lo mise nello zaino. Un po’ alticcio salutò gli ex-colleghi e si incamminò per la Stazione Tiburtina. Quella sera si coricò senza pensare e senza fare nulla. La mattina seguente lo svegliarono di soprassalto i latrati di Lillo: si era dimenticato di dargli da mangiare e la povera bestia giustamente protestava. Si prese cura del cane, poi riordinò i regali. Attirava la sua attenzione il cofanetto rosso. Era finemente intagliato e poggiava su quattro piedini di drago. Sembrava antico. Faticò un po’ per aprirlo. All’interno non trovò nessun biglietto, ma un tabacco da pipa scuro, profumatissimo. Ne prese un po’ e ci riempì la pipa che teneva in cucina sulla credenza. Nel fare questo, voltò le spalle allo strano regalo. In quel momento un vapore violetto uscì dal cofanetto e si addensò sul soffitto.</p>
<p>Leonardo lo scorse con la coda dell’occhio, ma quando si voltò la sostanza era scomparsa. Pensò ai postumi della sbornia e accese la pipa. Iniziava così la sua vita da pensionato. Quella notte fu svegliato di soprassalto da rumori provenienti dalla soffitta. Pensò che qualche animale ci fosse entrato e salì sulla scala con una scopa per cacciarlo o ucciderlo. Quando aprì la botola, però, non trovò nulla di strano. Seccato, tornò in camera pensando di aver mangiato pesante a cena. Nella stanza ebbe la sensazione di non essere solo. Alzò gli occhi e vide una nuvola di vapore viola sul soffitto. Buttò la scopa e scappò nel corridoio. Dopo qualche tempo si fece coraggio e tornò nella stanza. Nulla. Il giorno seguente la sensazione tornò. Questa volta il vapore gli si parò davanti, impedendogli di uscire di casa. Leonardo si precipitò alla finestra della cucina, ma quella sostanza infernale riuscì a precederlo. Cercò di dissiparla con le mani, ma tutto fu inutile, perché il vapore non si dissolveva, anzi era come se la pelle gli rimanesse attaccata. Una sensazione di orrore percorse il suo corpo. Con la forza della disperazione imboccò le scalette che portavano alla grotta del vino. La pesante porta di ferro si chiuse di colpo. Leonardo accese la luce e si sedette su un bigoncio capovolto. Il vapore non era riuscito a passare, ma era come se premesse sul metallo della porta. Non credeva ai suoi occhi eppure Leonardo era convinto di essere lucido. Si avvicinò alla botte e cercò di spillare un bicchiere di vino. Allora si rese conto che le braccia si muovevano come al rallentatore, come se qualcosa le frenasse. La vista gli si annebbiò, l’ultima cosa che vide fu la luce della lampadina che diventava viola.</p>
<p>Qualche giorno dopo i vicini chiamarono i Carabinieri, perché Leonardo non si faceva più vedere dal giorno che era andato in pensione. Lillo era stato visto girovagare per le fattorie dei dintorni e non era mai successo. Lo trovarono in cantina. sul volto stampata una impressionante espressione di orrore. Il corpo era irriconoscibile, come se fosse invecchiato in un lasso di tempo brevissimo. Era come se qualcosa lo avesse prosciugato. La pelle era attaccata alle ossa ed era diventata simile al cuoio. una mummia. In casa tutto era in ordine, tranne la cantina, che era in condizioni pietose. era come se Leonardo, una volta andato in pensione, ci si fosse asserragliato, rifiutandosi di uscire.</p>
<p>Forse la pensione aveva sconvolto la mente di un uomo solitario, che per tutta la vita non si era dedicato ad altro che al suo lavoro. Per cercare di ricostruire l’accaduto i Carabinieri interrogarono i conoscenti del morto, ma nessuno seppe dire nulla di utile sui suoi ultimi giorni di vita. Pierino, lo stupido della zona, disse di aver visto un signore in abito grigio uscire dalla casa di Leonardo con un cofanetto rosso in mano, ma nessuno gli prestò attenzione, perché era scemo.</p>
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		<title>Il cofanetto rosso parte 1</title>
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		<pubDate>Sun, 29 May 2011 16:01:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Warlandia.it</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Enrico Di Giacomo Il sole declinava rapidamente dietro i palazzi intorno alla Stazione Tiburtina. Il fresco tramonto autunnale filtrava tra i cipressi e le cappelle del Reparto ex-civili. L’asfalto dei vialetti cominciava a farsi umido. Leonardo affrettò il passo e si diresse nel suo ufficietto. Doveva cambiarsi subito d’abito e correre alla stazione a prendere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Enrico Di Giacomo</strong></p>
<p><a href="http://www.quarara.com/blog/wp-content/uploads/2011/05/il-confanetto-rosso.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-12336" title="il-confanetto-rosso" src="http://www.quarara.com/blog/wp-content/uploads/2011/05/il-confanetto-rosso.jpg" alt="il cofanetto rosso" width="610" height="320" /></a>Il sole declinava rapidamente dietro i palazzi intorno alla Stazione Tiburtina. Il fresco tramonto autunnale filtrava tra i cipressi e le cappelle del Reparto ex-civili. L’asfalto dei vialetti cominciava a farsi umido. Leonardo affrettò il passo e si diresse nel suo ufficietto. Doveva cambiarsi subito d’abito e correre alla stazione a prendere il regionale per Poggio Mirteto. Se l’avesse perso avrebbe dovuto aspettare una buona mezz’ora e non gli andava proprio di ciondolare per la Stazione Tiburtina. Proprio quel pomeriggio di novembre si era trattenuto a pulire un mausoleo abbandonato al Pincetto e si era fatto tardi.</p>
<p>Leonardo era uno dei necrofori più anziani al Verano e avrebbe potuto rifilare quella faticata a un collega più giovane, ma per tutta la vita era sempre stato molto serio sul lavoro e non voleva proprio cambiare ora che stava per andare in pensione.</p>
<p>Quella sera meditava che il cimitero del Verano gli sarebbe mancato, con i suoi viali solitari eppure popolati dalle storie incise sulle migliaia di lapidi che li costeggiano.</p>
<p>Attaccò il camice all’attaccapanni, mise la scopa di bambù dietro la porta. Il tempo di indossare il giubbetto e di prendere lo zaino e fu sul viale. I rumori della via Tiburtina lo colpirono come uno schiaffo, il traffico del ritorno a casa cominciava a ingolfare la strada. Quella sera sul treno non riuscì a leggere Metro: il pensiero della pensione lo assorbiva completamente. Alla stazione di Poggio Mirteto cominciò a piovere. Salì sull’Ape e si avviò verso la campagna. All’ingresso del casaletto, Lillo gli fece le feste. Leonardo prese da un ripiano una scatoletta di carne e la svuotò nella ciotola del cagnolino. In casa mise due ciocchetti di quercia nella stufa e due fette di guanciale sulla padella. Non accese la televisione. Il pensiero della pensione lo ossessionava. Che fine avrebbe fatto? Come avrebbe passato le giornate? Poteva sembrare assurdo, ma il lavoro al cimitero era la sua ragione di vita. In mezzo ai morti si sentiva vivo. Nei trent’anni di lavoro come necroforo ne aveva conosciuti a centinaia. E centinaia ne incontrava tutti i giorni quando usciva a pulire i viali e a curare la manutenzione dei mausolei: lo studente ucciso nella sua camera d’albergo nel 1905, la madre esemplare, il soldato vittima del dovere, la nobildonna russa in esilio a Roma, il pio sacerdote, il patriota di Porta Pia… Non riusciva a pensare che entro pochi giorni non li avrebbe più rivisti. Come avrebbe passato il tempo? Che fine avrebbe fatto? Alla fine la stanchezza ebbe la meglio.</p>
<p>Il giorno dopo la solita routine: pulizia dei vialetti del Reparto israelitico, un salto a controllare che i vandali non abbiano saccheggiato le tombe vicino al Tetraportico, una restrizione il pomeriggio. Leonardo compì quest’ultima meccanicamente: prese la cassetta di zinco, prima mise dentro il bacino, poi il cranio, le altre ossa e infine mise i femori a x. Saldò il coperchio e mise l’urna sul carrello.</p>
<p>Solo allora si rese conto che il collega giovane era sbiancato: Leonardo lo guardò con sufficienza: ecco chi lo avrebbe sostituito. Prima di staccare gli dissero che mercoledì sarebbe dovuto andare al Belvedere a controllare la segnalazione di un guasto alla cisterna dell’acqua. La notizia gli rese un po’ di buonumore. Il Belvedere era un reparto di lusso del cimitero, costruito alla fine dell’Ottocento per le famiglie signorili di Roma. Era tanto che non gli capitava di andarci e apprese la notizia come se si fosse trattato dell’invito a una gita.</p>
<p>Il Belvedere si chiamava così, perché si trattava di un’altura di tufo, da cui si dominava buona parte della parte vecchia della necropoli. Era un reparto signorile, attraversato da un bel viale circolare, costeggiato da tombe progettate da architetti di grido. Dominava l’altura il serbatoio dell’acqua, costruito come se fosse una torre medievale. Leonardo decise di andare al Belvedere a piedi. Preferiva fare una passeggiata per sgranchirsi un po’ e per incontrare degli amici che non vedeva da tempo.</p>
<p>Mercoledì non era una bella giornata. Tirava vento ed era nuvoloso. Imboccò la galleria mortuaria XXVI con la torcia, perché sapeva che all’interno era buio pesto. Le pareti erano ricoperte di fornetti abbandonati. I pezzi di alcune lapidi erano sul pavimento e bisognava evitarli per non cadere. Sulle lapidi più vecchie qualcuno aveva scritto a matita messaggi per i parenti: una antica usanza sparita nell’epoca dei cellulari. Tutto era ricoperto da uno spesso strato di polvere. Poi la luce del sole.</p>
<p>Il vento agitava le cime dei cipressi, nell’aria il rumore dell’acqua che entrava nella cisterna. Leonardo imboccò il vialetto e si diresse verso la torre. Da sotto la porta usciva un rivolo d’acqua. Si era rotta la guarnizione di uno dei tubi. Il problema principale non fu sostituirla, ma chiudere la valvola di alimentazione, che era incrostata di ruggine. A metà giornata gli fu possibile riparare il guasto. Allora si sedette su una panchina del vialetto a mangiare il panino che si era portato per il pranzo. Era tanto che non andava lì. Ne approfittò per guardare un ultima volta le tombe.</p>
<p>Una apparteneva a un bancario coinvolto nello scandalo della Banca romana, un’altra era di una famiglia di nobili, un’altra apparteneva a un cardinale. Le cappelle erano tutte abbandonate ed erano state sigillate dalla polizia dopo gli ultimi casi di profanazione. Erano infatti piene di sculture di bronzo e di mosaici. La tomba che più lo incuriosiva era quella dell’orientalista Paolo Vecchietti, morto nel 1896. Si trattava di una cappella di marmo verde, costruita come una pagoda cinese. Attraverso una breve scalinata si accedeva al sacello, al cui interno si trovava una scultura a grandezza naturale del defunto, vestito da antico romano e sdraiato su un’ottomana. Sui lati del mausoleo si trovavano bassorilievi di bronzo rappresentanti la Città proibita di Pechino e la Grande Muraglia. Ai lati del mausoleo si trovavano teste di Budda.<br />
Leonardo si soffermò a guardare la tomba ancora una volta. Stava per prendere la strada del ritorno, quando gli venne in mente che esisteva un vialetto dietro le tombe: una sorta di strada di servizio utilizzata in passato dai necrofori per inumare le salme. Era tanto che non lo percorreva, così decise per l’ultima volta di darci un’occhiata. Al vialetto si accedeva attraverso una breve scalinata, collocata in posizione defilata. In pochi se ne ricordavano. Ci arrivò facilmente. Sulla strada si affacciavano gli ingressi dei mausolei, riquadrati di marmo. Le porte erano tutte incrostate di ruggine. Ripercorse il vialetto anche con la memoria, non solo fisicamente, ricordando i primi giorni di lavoro al Verano. Trentacinque anni prima. Un’ondata di malinconia gli oppresse il cuore. Stava per arrivare alla fine del viale, quando vide che una delle porte era socchiusa. Era la porta della tomba Vecchietti. Ebbe il terrore di essersi imbattuto nei ladri e corse via. Riparò dietro un leccio a riprendere fiato. Dopo qualche minuto vide delle persone distinte uscire dal mausoleo e allontanarsi. Leonardo andò a vedere la porta della tomba e la trovò chiusa. Chi erano quelle persone? Quella notte penso continuamente all’accaduto. Il giorno seguente chiese ai colleghi dell’archivio chi fosse il proprietario di quella tomba e scoprì che era stata acquisita da tempo dallo Stato, perché abbandonata da anni. La costruzione ora era sottoposta a vincolo storico, per il suo valore artistico. Chi erano allora quelli? Per qualche giorno non ci badò più, poi dovette tornare al Belvedere a sistemare una fontana e li rivide. Erano persone ben vestite, che in silenzio uscivano dalla tomba e salivano subito su una grossa automobile. Leonardo andò a controllare la porta: i cardini e la serratura erano stati oliati.</p>
<p>Il mercoledì successivo le automobili diventarono due. Risalirono la collinetta e si parcheggiarono vicino alle scalette. Leonardo le vide passare per il viale del Tetraportico e prese a spiarne gli occupanti. Erano otto, di mezza età, tre erano donne. Le vetture svoltarono dietro la tomba di Goffredo Mameli e si diressero verso il Belvedere. Le rivide due ore dopo, quando sfrecciarono fuori dal cimitero. Osservarne le mosse per lui divenne un appuntamento fisso del mercoledì pomeriggio: apparivano intorno alle 15:30 e uscivano alle 17:30. Puntuali come la morte. Il loro numero cresceva. Facevano di tutto per non dare nell’occhio. Alcuni entravano nel cimitero a piedi e vagavano fra le tombe prima di dirigersi alla tomba Vecchietti.</p>
<p>Il venerdì Leonardo con qualche pretesto si allontanava dall’ufficio e andava a controllare il mausoleo. Non c’era assolutamente nulla di insolito. Ma questa era proprio la cosa strana, perché chi non ha nulla da nascondere non si preoccupa di non attirare l’attenzione. Invece sul vialetto non c’era una cicca! E gli italiani sono tutto fuorché puliti, anche nei cimiteri. E poi cosa facevano nella cripta di una cappella abbandonata da anni?</p>
<p>continua&#8230;</p>
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		<title>Knazi e gli Yosir</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Oct 2010 05:53:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Warlandia.it</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Knazi si ricordò di una cosa che aveva imparato da piccolo. Aveva sempre creduto che fosse nientaltro che un gioco per bambini una stupidaggine. Senza una ragione apparentemente sensata tirò fuori dalla bisaccia un vecchio fazzoletto che conservava da sempre e lo annodò sugli occhi. La realtà può apparire spesso deformata da qualcosa che la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.quarara.com/blog/wp-content/uploads/2010/10/knazi-palude.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-9899" title="knazi-palude" src="http://www.quarara.com/blog/wp-content/uploads/2010/10/knazi-palude.jpg" alt="knazi e la palude Hashia" width="640" height="480" /></a>Knazi si ricordò di una cosa che aveva imparato da piccolo. Aveva sempre creduto che fosse nientaltro che un gioco per bambini una stupidaggine. Senza una ragione apparentemente sensata tirò fuori dalla bisaccia un vecchio fazzoletto che conservava da sempre e lo annodò sugli occhi.</p>
<p>La realtà può apparire spesso deformata da qualcosa che la condiziona la mente è facilmente ingannabile e la</p>
<p><a href="http://www.warlandia.it/asp/articoli.asp?action=mostra&amp;id=609"> Fonte Originale </a></p>
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		<title>Il Millepiedi (ed il Rospo)</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Sep 2010 13:15:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Quarara</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un millepiedi viveva sereno e tranquillo. Un giorno un rospo gli disse per scherzo:&#8221;In che ordine metti i piedi l&#8217;uno dietro l&#8217;altro?&#8221;. Il millepiedi incominciò a lambicarsi il cervello e a fare innumerevoli prove. Il risultato fu che da quel momento non riuscì più a muoversi. (Favola Zen)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.quarara.com/blog/wp-content/uploads/2010/09/1000piedi.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-9588" title="1000piedi" src="http://www.quarara.com/blog/wp-content/uploads/2010/09/1000piedi.jpg" alt="" width="114" height="113" /></a>Un millepiedi viveva sereno e tranquillo. Un giorno un rospo gli disse per scherzo:&#8221;In che ordine metti i piedi l&#8217;uno dietro l&#8217;altro?&#8221;.<br />
Il millepiedi incominciò a lambicarsi il cervello e a fare innumerevoli prove. Il risultato fu che da quel momento non riuscì più a muoversi.</p>
<p>(Favola Zen)</p>
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		<title>Nihal vs Warcraft</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Jun 2010 06:53:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Warlandia.it</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Avete sicuramente letto qualcosa sul mondo di Nihal, ultima sopravvissuta dei mezzielfi, e del suo mondo Emerso. Conoscerete sicuramente il magico mondo di Warcraft e (perché no?) avete sempre sognato di vederli incontrare? Oggi avete l&#8217;occasione di farlo grazie a un racconto breve e molto ben scritto di DEUDERMONT di warlandia.it &#8211; eccovi un assaggio: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.quarara.com/blog/wp-content/uploads/2010/06/nihal-vs-warcraft.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8833" title="nihal-vs-warcraft" src="http://www.quarara.com/blog/wp-content/uploads/2010/06/nihal-vs-warcraft.jpg" alt="Nihal vs Warcraft" width="620" height="465" /></a></p>
<p>Avete sicuramente letto qualcosa sul mondo di Nihal, ultima sopravvissuta dei mezzielfi, e del suo mondo Emerso. Conoscerete sicuramente il magico mondo di Warcraft e (perché no?) avete sempre sognato di vederli incontrare?</p>
<p>Oggi avete l&#8217;occasione di farlo grazie a un racconto breve e molto ben scritto di DEUDERMONT di warlandia.it &#8211; eccovi un assaggio:</p>
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<p>-AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAHHHHHHHHHHHHHHHH!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! -</p>
<p>Un urlo. Un&#8217;ombra nella luce che stava squarciando a poco a poco il velo di tenebra portato dalla notte, in quell&#8217;alba tanto simile ad altre, ma tanto diversa dalle altre. Sennar sapeva che l&#8217;urlo apparteneva a Nihal. Sapeva che Nihal, ormai da giorni, stava lottando. Da giorni, Nihal era silenziosa, di pessimo umore e stanca morta. Sperava fosse una cosa passeggera, ma più passavano i giorni e meno ne era convinto. Sapeva anche il perchè di questo stato d&#8217;animo. Era per via di quei sogni. Quei sogni che la portavano a svegliarsi agitata e urlante, di soprassalto, svegliando sempre anche lui. Si girò verso di lei. Nonostante tutto, era sempre bellissima. L&#8217;agitazione di certo non poteva ridurre la sua bellezza. I suoi occhi viola, anche se tradivano la sua agitazione, erano fantastici come sempre. I corti capelli blu che Sennar tanto amava accarezzare, portavano i segni di una notte agitata, essendo spettinati e disordinati. Le lunghe orecchie erano il dettaglio che più ricordava alla gente il suo retaggio, quello di un popolo sterminato qualche anno prima, di cui lei era ormai l&#8217;unica sopravvissuta. I mezzelfi.<br />
Sorrise, pensando a come era nata la loro storia. Prima la sfida di Sennar a Nihal per il suo pugnale. Nihal, infatti, sembrava imbattibile in tutta Salazar e anche nei dintorni. Quindi lui si era fatto avanti come sfidante. Il suo trucchetto magico l&#8217;aiutò a battere Nihal e vincerle il pugnale che lei metteva in palio. Qualche anno più tardi si ritrovarono studenti di magia da Soana, sorella di Livon, il padre adottivo di Nihal. Da quel punto in poi, diventarono molto amici, passarono un sacco di avventure insieme, fino ad innamorarsi. Si sorprese a pensare che era stato strano, e che doveva ringraziare di cuore quel pugnale, perchè senza di esso si sarebbe perso una parte della vita che a lui sembrava fantastica. Era felice con lei. Non avrebbe saputo descrivere in termini migliori ciò che provava. Perché forse, in fondo, non c&#8217;era un modo per descrivere quella gioia. Quindi diceva semplicemente di essere felice. Interruppe i suoi pensieri, ritornando alla realtà. Nihal ansimava, in cerca di aria che potesse portarle un po&#8217; di tranquillità, facendo passare quell&#8217;agitazione che si sentiva addosso. Sennar allungò un braccio verso di lei, accompagnò dolcemente con esso il busto di lei verso il letto, quindi la strinse in un caldo e affettuoso abbraccio.</p>
<p>- Cosa c&#8217;è cara? &#8211; Le chiese, quindi.<br />
- Lo sai. &#8211; Rispose brusca Nihal.</p>
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		<title>Knazi e la foresta parlante – cap 1.6</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Apr 2010 08:00:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Warlandia.it</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Knazi e il fratello, chiamato Tosh, si avviarono a passo lento nella foresta, seguendo un vecchio sentiero mal messo. I giorni che seguirono furono molto silenziosi; i due si scambiavano qualche piccola battuta necessaria, ma per il resto erano completamente assorti nei loro pensieri. Fari era triste. Non avrebbe mai voluto abbandonare il suo adorato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.quarara.com/blog/wp-content/uploads/2010/04/knazi-e-la-foresta-parlante14.jpg"><img class="size-full wp-image-7685 alignleft" title="knazi-e-la-foresta-parlante1" src="http://www.quarara.com/blog/wp-content/uploads/2010/04/knazi-e-la-foresta-parlante14.jpg" alt="" width="350" height="349" /></a>Knazi e il fratello, chiamato Tosh, si avviarono a passo lento nella foresta, seguendo un vecchio sentiero mal messo.<br />
I giorni che seguirono furono molto silenziosi; i due si scambiavano qualche piccola battuta necessaria, ma per il resto erano completamente assorti nei loro pensieri.<br />
Fari era triste. Non avrebbe mai voluto abbandonare il suo adorato Albero e la sua cara cittadina. Ma rispettava motlo Knazi, quasi lo ammirava, e non poteva dirgli di no quando egli aveva bisogno di lui.<br />
Knazi, invece, era combattuto dal privilegio per la scelta e dal dubbio di non potercela fare. Perchè soprattutto, in gioco c&#8217;era la vita dell&#8217;Albero cui doveva tutto, e da lì di quelli di tutta la foresta!<br />
Assorti in questi pensieri, i due ragazzi si ritrovarono in una piccola radura dove&#8230;</p>
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		<title>Knazi e la foresta parlante – cap 1.5</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Apr 2010 05:20:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Warlandia.it</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantasy]]></category>
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		<description><![CDATA[Nutk si avvicinò alla pianta e le parlò in una lingua sconosciuta. Sembrava il canto di un uccello e Knazi rimase stupito a guardare. Con fare molto professionale si avvicinò al tronco e ne staccò un pezzetto di corteccia, raccolse delle foglie da terra ormai morte e sbuffò qualcosa di incomprensibile. Era turbato: sembrava non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.quarara.com/blog/wp-content/uploads/2010/04/knazi-e-la-foresta-parlante13.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-7682" title="knazi-e-la-foresta-parlante1" src="http://www.quarara.com/blog/wp-content/uploads/2010/04/knazi-e-la-foresta-parlante13.jpg" alt="" width="350" height="349" /></a> Nutk si avvicinò alla pianta e le parlò in una lingua sconosciuta. Sembrava il canto di un uccello e Knazi rimase stupito a guardare. Con fare molto professionale si avvicinò al tronco e ne staccò un pezzetto di corteccia, raccolse delle foglie da terra ormai morte e sbuffò qualcosa di incomprensibile.</p>
<p>Era turbato: sembrava non avere una idea molto chiara di quel che stava succedendo. Si schiarì la gola e disse: Penso sia una maledizione e non una malattia. Non capisco chi possa averla lanciata e perché, ma è qualcosa di innaturale.</p>
<p>La forza dell&#8217;albero sta venendo meno e la linfa nel suo tronco è corrotta. Dobbiamo intervenire subito, ma non possiamo farlo con rimedi naturali. Occorrerà magia, botanica e tanto tempo.</p>
<p>Ci occorre l&#8217;aiuto degli elfi e alcuni elementi naturali molto rari da queste parti. Dovrai partire per un lungo viaggio, mio caro Knazi.</p>
<p>Io? Rispose quello &#8211; e perché proprio io?</p>
<p>Perché sei veloce, forte e hai dimestichezza con le lingue degli altri popoli. Devi andare dagli Elfi e chiedere aiuto prima che questa maledizione possa uccidere l&#8217;intera foresta. Io cercherò di studiarla, intanto, e provare a rallentarne gli effetti. Ma non potrò nulla senza la Gemma di Talon.</p>
<p>La mitica Gemma degli Elfi era custodita in un luogo segreto e per avere il diritto a usarla bisognava invocare Madre Natura in persona. Non sarebbe stata impresa facile convincere il popolo degli elfi a dargliela. Non senza una garanzia.</p>
<p>Knazi radunò le sue cose in una sacca e, preso con se il fratello, si avventurò verso la terra degli elfi.</p>
<p>Per raggiungerla sarebbe dovuto passare per le Montagne di Fuoco, un luogo terribile abitato da creature pericolose.</p>
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		<title>Knazi e la foresta parlante – cap 1.4</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Apr 2010 11:15:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Warlandia.it</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantasy]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Knazi si avviò a passo sicuro verso la casa del sapiente. La raggiunse senza difficoltà, ben sapendo la strada e bussò pesantemente tanto erano cupi i suoi pensieri circa l&#8217;albero. Il suo bussare forte dovette dar fastidio al botanico Nutk. &#8220;Chi diavolo è?&#8221; urlò aprendo la porta, il suo sguardo inferocito. &#8220;Ah sei tu, Knazi. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.quarara.com/blog/wp-content/uploads/2010/04/knazi-e-la-foresta-parlante12.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-7614" title="knazi-e-la-foresta-parlante1" src="http://www.quarara.com/blog/wp-content/uploads/2010/04/knazi-e-la-foresta-parlante12.jpg" alt="" width="350" height="349" /></a>Knazi si avviò a passo sicuro verso la casa del sapiente. La raggiunse senza difficoltà, ben sapendo la strada e bussò pesantemente tanto erano cupi i suoi pensieri circa l&#8217;albero. Il suo bussare forte dovette dar fastidio al botanico Nutk.<br />
&#8220;Chi diavolo è?&#8221; urlò aprendo la porta, il suo sguardo inferocito.<br />
&#8220;Ah sei tu, Knazi. Un pò di educazione non farebbe male sai?&#8221;<br />
Lo gnomo aggrottò la fronte:<br />
&#8220;Non mi sembra di aver bussato così forte&#8230;&#8221;<br />
&#8220;Lascia perdere, vieni dentro.&#8221;</p>
<p>Knazi entrò in quello che gli sembrava più un giardino che una casa. Ovunque si girasse c&#8217;era una pianta, e dove non ce ne erano, c&#8217;era spazo per delle provette contenenti misteriose pozioni.<br />
&#8220;Cosa ti ha portato qui?&#8221; domandò il botanico dirigendosi verso il tavolo su cui stava lavorando precedentemente.<br />
&#8220;Una questione molto grave, il nostro Albero Sacro sembra essere malato.&#8221;<br />
Per la prima volta scorse sul volto di Nutk preoccupazione e sorpresa.<br />
&#8220;Che cosa stai dicendo?&#8221;<br />
&#8220;E&#8217; così, le sue foglie sembrano essere ingiallite.&#8221;<br />
Lo gnomo botanico si alzò dal suo tavolo e corse a prendere alcuni suoi strumenti.<br />
&#8220;Non c&#8217;è tempo da perdere, devo subito dargli un&#8217;occhiata!&#8221;<br />
&#8220;Ecco perchè ero qui. Ti faccio strada?&#8221;<br />
&#8220;Non dire sciocchezze, tutti sanno dov&#8217;è l&#8217;Albero. Presto, andiamo!&#8221;</p>
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